Categorie
Impresa Leadership Organizzazione

E’ possibile lavorare, ingaggiati e divertiti?

Quanto spesso si lavora e ci si sente divertiti nel farlo?

E’ possibile vivere uno stato di appagamento, divertimento, benessere mentre si lavora? Si.

  • Obiettivi Chiari
  • Feedback Costante
  • Sfide Eque
  • Interazioni Sociali
  • Sensazione di Controllo
  • Predisposizione all’Errore
  • Senso di Miglioramento

E’ fondamentale partire dal concetto di divertimento che non è semplicemente far baldoria o cercare situazioni estreme o di sfida ad ogni costo. Ma trovarsi in una condizione “perfetta”.

Papert, lavorando nel campo dell’educazione ha definito Hard Fun il concetto del divertirsi lavorando duramente.

Seymour Papert, matematico, informatico e pedagogista, ha lavorato con Jean Piaget, si  trasferisce negli anni sessanta al MIT per lavorare con il gruppo che si occupava di Intelligenza Artificiale, introducendo il concetto di costruzionismo nelle teorie dell’apprendimento.

 Il gioco è un tipo di divertimento difficile, è qualcosa che ci sfida, che richiede attenzione, concentrazione, focus, problem solving. E’ qualcosa che alle volte non ci riesce, e questo è un tipo di comportamento fondamentale per “alimentare in modo sano” la nostra mente, che ne ha assolutamente bisogno.

Dal concetto del divertimento corroborante per la nostra mente, si passa al concetto di flusso, sviluppato da Mihàly Csìkszentmihàlyi psicologo che negli anni 70 ha dato questa definizione che porta ad un coinvolgimento estremo.

Mihàly ha studiato gli scacchi, il golf, l’arrampicata, il ballo di coppia, scoprendo che tutti i campioni di queste attività descrivevano lo stato di quelle attività come uno stato quasi di trans, durante la quale anche le più basilari necessità fondamentali come il sonno, la stanchezza, la fame, venivano soppresse sentendosi totalmente partecipi di quello che si stava facendo.

L’attività diventa autotelica, piacevole in sé stessa, non importava cosa si sta facendo, se vinceremo, o se perderemo, farla è semplicemente piacevole.

L’attività che trova in se stessa e nel proprio stesso svolgimento lo scopo precipuo del suo realizzarsi, che è parte essenziale di quegli stati di benessere fondati sulla consapevolezza superiore dell’uomo che si intuisce in rapporto fluido e quasi inesplicabile con un’autocoscienza in continuo divenire.

Questo è lo stesso stato in cui entrano i giovani adolescenti ma anche di maggiore età quando giocano con i videogame, si entra nel flusso della passione di ciò che si sta facendo.

Ma è la stessa passione di chi realizza modellini, cura un giardino, o lucida una moto d’epoca.

Per tutti loro il tempo che scorre mentre si svolge l’attività scorre come un flusso, in uno stato di trans e l’attività è divertente!

L’altro mondo che conosciamo bene è quello del lavoro, al quale mediamente dedichiamo 75.000 ore della nostra vita, 1/3 del nostro tempo, importante al punto tale che oltre al sostentamento, ci definisce, per quanto questo sia un concetto non corretto, con un ruolo nella società, facendoci sentire parte di essa.

E’ nostra abitudine sentirci nel flusso del divertimento mentre lavoriamo?

Perché mentre siamo al lavoro smettiamo di divertirci o forse ci divertivamo di più all’inizio, con le aspettative che avevamo?

Le risposte che probabilmente ci diamo potrebbero no essere giuste, fuorviate o ingannate dalla nostra mente. La mente potrebbe indurci a credere che abbiamo bisogno di una pausa perché siamo stanchi, mentre abbiamo invece bisogno di entrare nel flusso del coinvolgimento, per sentirci impegnati in modo per noi sano e proficuo, per poter risolvere problemi in modo giusto.

E possibile che si venga indotti in questa situazione perché le regole del gioco all’interno dell’ambiente del lavoro non sono né culturalmente sane né in grado di favorire una organizzazione di persone collaborative ed efficienti.

Oggi la psicologia cognitiva, le neuroscienze, l’economia comportamentale e il game designer, hanno ampiamente dimostrato cosa ci serve realmente, per “funzionare divertendoci”, indicandoci cos’è che ci motiva realmente, che ci rende partecipi e ci fa rilasciare all’interno del nostro organismo sostanze chimiche che ci stimolano come la dopamina.

Avere obiettivi chiari – conoscendo l’obiettivo da raggiungere e disponendo di un costante feedback dei risultati che si stanno manifestando a seguito di ciò che stiamo facendo.

Avere sfide eque – per le quali siamo in grado di competere, all’altezza delle nostre capacità. Dobbiamo essere in grado di sostenrne il gioco, con le nostre conoscenze ed esperienze.

Avere interazioni sociali – siamo animali sociali e non siamo per niente fatti per fare cose da soli. E’ la cooperazione ed una sana competizione ciò di cui abbiamo bisogno.

Avere la sensazione di controllo – è necessario sentirsi protagonisti, non solo esecutori, ma sapere che siamo noi a prendere scelte determinanti per raggiungere l’obiettivo.

Avere predisposizione all’errore – quando giochiamo spesso perdiamo ma questo ci rende ottimisti per la partita successiva. Diversamente nel lavoro gli errori, vengono demonizzati, ripudiati. Per paura di farli nessuno cambia niente, e si lascia tutto così, così non si ha colpa di niente.


Il cambiamento è alla base del miglioramento, quindi senza una predisposizione all’errore non ci può essere miglioramento.


Mihàly Csìkszentmihàlyi

Avere senso di miglioramento – non siamo fatti per ripetere sempre le stesse cose, siamo fatti per fare continuamente un passo avanti, aprire nuovi orizzonti, e iniziare a fare cose nuove, più stimolanti, per andare avanti, perché le competenze sono aumentate.

Pensare ad un ambiente di lavoro di questo tipo potrebbe sembra avveniristico,  ma non è così, già molte aziende si sono organizzate, con successo, per ottenere questi risultati.

Più ricerche nell’information technology hanno previsto un sensibile incremento delle aziende che adotteranno le regole dei giochi  all’interno dell’organizzazione aziendale.

E, se i primi studi su questi argomenti risalgono alla seconda metà del secolo scorso, oggi la conoscenza e la diffusione di questi temi è condivisa. Oggi la società si è resa conto di quanto questo tipo di coinvolgimento sia fondamentale, la sfida è attuare il cambiamento.

Le trasformazioni stanno già avvenendo, in una società che ha la sfida di metterle in pratica.

Le nuove generazioni che stanno entrando e sempre più comporranno l’organico delle aziende del prossimo futuro hanno una maggiore propensione al coinvolgimento all’engagement, adottano naturalmente questi linguaggi, ne hanno bisogno, perché con essi ci sono nate.

Possiamo pertanto, irresponsabilmente, creare un abisso tra ciò che i giovani amano fare e ciò che dovranno fare, generando una crisi del coinvolgimento. O possiamo iniziare a parlare il loro linguaggio dandogli sfide che abbiamo voglia di intraprendere, imparando a nostra volta l’importanza di questi meccanismi che abbiamo ignorato e ci siamo negati per il nostro ben essere al lavoro, con gioia, divertendoci, stimolati da un sano ingaggio!

Dobbiamo favorire questo cambiamento, coinvolgendo imprenditori, management, organizzazioni, e tutti i lavoratori.

Grazie a Christian Zoli

Categorie
Esperienza Impresa Organizzazione Visione

Nessun inizio è mai condizionante.

Ho dato importanza al lavoro, che ho iniziato presto, abbandonando gli studi. Ho vissuto l’ambiente della fabbrica, conoscendo persone, i loro differenti atteggiamenti e le personalità che assumevano per relazionarsi con gli altri.

Ero curioso di comprendere cosa ci fosse dietro, perché il ruolo esercitato non li distinguesse per le azioni del loro lavoro, ma portasse loro ad assumere certi atteggiamenti comuni che a loro volta interagivano unitariamente con coloro che avevano altri ruoli.

Agli inizi degli anni ’80 il mondo era quello che era, e tutto sembrava dover andare per come era sempre andato: c’era un momento e un tempo che sarebbe venuto per tutto, semplicemente si doveva entrare nel mondo del lavoro, così come in quello della società, e attendere che arrivasse il momento e che tutto facesse il suo corso. Più o meno così.

Così quando mi resi conto che con quelle regole avrei probabilmente fatto quei passaggi che quell’ingresso prevedeva in quel momento, mi sono detto che non mi andava bene quel rimanere in quell’identità, che non era mia ma del ruolo che mi aveva iniziato.

Sentendomi attratto dalla conoscenza, e a fare altro da ciò che stavo facendo, pur continuando a non avere idea di cosa mi sarebbe piaciuto fare o professionalmente essere, ho ripreso gli studi abbandonati. Ho affiancato al lavoro lo studio, mi sono diplomato, anche se non mi appassionava il diploma conseguito in materie tecniche.

All’epoca avere un diploma o non averlo faceva la differenza, tant’è che mi è stato aggiornato il libretto del lavoro, quel libriccino che raccontava cosa si era fatto e dove si aveva lavorato.

Come che quel diploma fosse un risultato di valore, che diceva qualcosa di me e mi collocava diversamente.

Ma quel diploma per me era, più che altro, una soddisfazione personale, di esserci riuscito in una condizione più difficile, perché anziché fare solo quello, avevo studiato continuando a lavorare.

Non avevo però ottenuto nulla che mi gratificasse per le conoscenza acquisite e che mi facesse immaginare un futuro professionale di mio interesse.

Mi piaceva comprendere di più le persone, le caratteristiche univoche e gli aspetti condivisi con altre persone, che mi portavano a percepirle in un modo piuttosto che in un altro, immaginando il loro mondo interiore: ne ero affascinato.
Tutto ciò mi portava ad essere altrettanto curioso per i miei di atteggiamenti e le relazioni che avevo con gli altri.

Periodo tormentato, senza maestri, senza aver ancora trovato la mia strada, con tante domande e troppa attenzione riposta in esse, che alle volte risultavano per me stesso ingombranti.

Rispondendo alle inserzioni di offerta di lavoro che venivano pubblicate alla domenica nel quotidiano locale, venni chiamato per un colloquio in una multinazionale, grazie al mio diploma, ma la cosa fantastica è stata che l’area non era tecnica ma nel Marketing, che allora proprio non conoscevo.

Futuro assistente del direttore Marketing, e per quanto non avessi alcuna esperienza in quell’ambito, mi prospettarono un percorso di crescita e di formazione interna, affiancato da una figura senior, fantastico mi dissi e accettai con entusiasmo.

E anche questo, vista la materia che mi piaceva assai, era un percorso “condizionante” che aveva però un certo che, che mi piaceva molto di più.
Ma probabilmente questo è stato anche grazie all’ambiente e alle persone con cui ho avuto la fortuna di lavorare, che con la loro presenza e il loro esempio me l’hanno fatto piacere così tanto. Sono stati dieci anni di continue nuove esperienze, un crescere imparando ad assumere responsabilità maggiori, da junior a senior e da Italia a Europa.

Stavo bene ma ancora dentro era la conoscenza per la mia passione di ricerca che mi mancava.

Così è stato che un giorno, senza averci mai pensato prima, e senza chiedermi come avrei potuto farlo, ho capito cosa mi sarebbe piaciuto fare: l’università.

Sociologia con indirizzo Comunicazione e Mass Media. Lavoravo nel marketing, avevo formazione nel lavoro quotidiano, coinvolgimento in progetti paneuropei, responsabilità, corsi che, a seguito dell’acquisizione dell’azienda da parte di General Electric erano di altissimo livello.

Però ero certo che avrei potuto essere ancor più competente se avessi approfondito la conoscenza di quel mondo che stava all’origine, dietro e dentro ogni atteggiamento, pulsione, entusiasmo, emozione trasmessa e condivisa, che dava forza e valore al nostro lavoro, di gestione delle azioni professionali delle persone e di tutta la comunicazione che muoveva e faceva esistere ogni cosa.

Sentivo di voler apprendere e comprendere cosa ci muoveva, faceva la differenza e avrebbe potuto farci stare e lavorare meglio, in modo più creativo, propositivo, inclusivo, performante.

Così è stato, ho affiancato l’università al lavoro, cinque anni di fantastici gratificanti sacrifici, lavoro di giorno, studio di notte e nei fine settimana. Tesi con il Preside di Facoltà: La comunicazione: uno strumento per l’efficienza e la soddisfazione del sistema impresa. Non so ancora come ci sia così ben riuscito.

Si ora mi sentivo nel mio: esperienza professionale, crescita, conoscenza, e tante relazioni in ambito lavorativo a tutti i livelli, con la fortuna di aver imparato da ogni relazione.

Da allora, forse perché tutto era nato così, e perché tutto è stato diverso da come era iniziato e da come pareva dovesse essere, arrivando a sentirmi come avrei voluto, non ho mai più smesso di studiare.

Ho cambiato più aziende e ruoli, e sono grato a tutti i maestri, i colleghi, gli insegnanti e a tutti i libri che mi hanno fatto fare, e continuano a farmi avere nuove conoscenze, motivandomi nella continua ricerca.

Quegli inizi che tendevano ad indicare una direzione dalla quale si faceva fatica ad uscire sono per me diventati affiancamenti e insegnamenti professionali, che hanno fatto nascere in me la passione per il mio mestiere, verso il valore della Comunicazione e le Relazioni la Comunicazione genera e potenzia.

La mia vita mi ha insegnato ad andare oltre all’inizio che sembra. Mi ha fatto scoprire quanto può essere determinante identificare la passione e ciò che ci muove dall’interno, una energia che può farci arrivare là dove ancora non sappiamo, ma che sentiamo essere la direzione giusta, per noi.

Credo che riconoscere i valori di ogni persona consenta di metterla nella condizione di poter dare il proprio meglio, a sé stessa per la natura di Sé, e a  tutte le organizzazioni sociali a cui appartiene: coppia, famiglia, lavoro, comunità, società.

Nella difficoltà di riconoscere le proprie aspirazioni, le ambizioni, le naturali propensioni e i talenti che ognuno ha, ho imparato che per come comunichiamo e ci relazioniamo le manifestiamo molto di più di quanto pensiamo. A livello individuale ma anche, e in modo molto evidente in un contesto sociale, nel lavoro in particolar modo, ambiente principale di socializzazione dopo i primi anni di vita in famiglia.

DAI AD OGNUNO LA SUA PARTE NEL MONDO E IL MONDO RICAMBIERA’ IL SORRISO A TUTTI LORO.

Ma-Jol

Prova ad  immaginare l’orchestra che suona, si combina, si integra, si regola, conosci una condizione migliore? Fantastico, no? Possibile? Si.

Credo che da sempre, ma oggi molto di più, ci sia bisogno di competenza, conoscenza, esperienza: fattiva concretezza nel saper voler fare le cose nel modo migliore possibile, mettendoci del proprio.

E’ per questo che desidero confrontarmi, con la mia esperienza e le mie conoscenze, con progetti e persone che, dando valore alle persone, credono che la loro miglior condizione organizzativa sia la via maestra per ottenere il miglior risultato possibile. In termini di performance e di generativo entusiasmo creativo.

Voglio sperare che questo possa accadere, con chi come me, si sente mosso dalla voglia di fare, di ricercare ed esplorare nuove possibilità: il continuo cambiamento migliorativo.

Mi rivolgo ad imprenditori, ad aziende, manager e organizzazioni che si sentono di avere un ruolo nella società, per contribuire a livello economico, educativo, e di benessere.

Auguro a tutti di sentire la necessità di attivare degli strumenti che attraverso la comunicazione interna ed organizzativa dia maggior consapevolezza delle potenzialità del singolo e delle proattive relazioni che possono manifestarsi in ogni società di persone.

Aiuto chi desidera fare la propria parte, con impegno, onestà, integrità.

Categorie
Comunicazione Impresa

La comunicazione: “uno strumento per l’efficienza e la soddisfazione del sistema impresa”

Considerando l’evoluzione del sistema impresa e l’importanza della comunicazione – come strumento atto a strutturare nuovi sistemi di organizzazione in grado di far fronte all’aumentata complessità – possiamo riconoscere che l’individuo ha fatto, più o meno consciamente, grandi passi evolutivi.

Si è resa necessaria una maggior capacità di relazione all’interno delle organizzazioni che si sviluppavano anche grazie alla disponibilità di nuova tecnologia che ha indotto nuovi comportamenti e abitudini.

E’ interessante notare che si è resa necessaria una mobilitazione delle capacità individuali e collettive esistenti all’interno dell’impresa per raggiungere degli obiettivi comuni, svilupparne e proporne altri, in modo tale da poter mantenere una capacità di innovazione sufficiente, creando anche nuove forme di organizzazione.

Se si era creduto di poter rispondere alla complessità con una complessità equivalente dei sistemi di governo, sia nell’impresa che in altre organizzazioni pubbliche, la nuova riflessione sui temi, permette invece di scoprire la molteplicità delle relazioni, delle influenze e delle connessioni di cui è tessuta l’azione collettiva.

Bisognerà fornire sempre più professionalità all’individuo invece di complicare strutture e procedure.

Impresa significa anche ascolto: l’attenzione al quotidiano costituisce una verità assoluta, in quanto è il tentativo di mobilitazione delle risorse umane o di modernizzazione dell’impresa.

L’ascolto è allo stesso tempo la via migliore, e forse l’unica efficace, per superare la paura dell’altro che non favorisce il cambiamento e blocca la volontà innovatrice.

La grande opportunità che si apre alle imprese è la coincidenza tra la richiesta di ascolto e il bisogno di conoscenza, indispensabile per apprendimento collettivo.